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Malpensante Articolo 29-2012

Aeroporti in utile e ben gestiti? Non basta copiare la Corea del Sud

Marco Giovanniello – 26 agosto 2012

L’ articolo di Andrea Goldstein
http://www.linkiesta.it/aeroporto-seoul
spiega bene la distanza siderale fra i nostri aeroporti e il pluripremiato Incheon di Seoul, tuttavia l’ invito dell’ autore a copiare i Coreani è per alcuni versi semplicistico e in parti essenziali inattuabile.
Restringendo l’ analisi agli aeroporti italiani che, come Incheon, hanno voli intercontinentali e cioè Roma Fiumicino, Milano Malpensa e Venezia non si può peraltro affermare che siano mal gestiti, né che siano in perdita, certo non hanno una quantità di voli intercontinentali pari a quello di Seoul, né soprattutto riescono a svolgere lo stesso ruolo nella promozione dell’ economia del Paese. Nemmeno sono un gioiello avveniristico che lascia i passeggeri a bocca aperta.
Tre sono i motivi che spiegano la differenza:
1) l’ Italia, al contrario della Corea, è incapace di programmare e di finanziare opere costose e complesse come un aeroporto intercontinentale e i relativi collegamenti con il territorio,
2) la Corea ha ben due linee aeree, Korean Air e Asiana, che riescono a farsi valere nel mondo, mentre noi abbiamo la piccola Alitalia appena resuscitata da un fallimento e infine
3) le regole UE ci impediscono di fare certe scelte che, soprattutto a Malpensa, risolverebbero buona parte dei problemi.
Oltre a questi l’ impostazione della nostra aviazione è provinciale e occupata e preoccupata che la Sicilia abbia “la linea aerea a cui ha diritto”, mentre in Corea, così come peraltro in Francia, in Germania, in Spagna eccetera, l’ aeroporto intercontinentale è correttamente visto come lo sbocco al mare secoli fa, l’ elemento essenziale per poter partecipare alla crescita economica globale e la linea aerea non è cosa che riguardi solo l’ occupazione e il relativo tornaconto politico locale, ma è l’ insieme delle arterie che nutrono le esportazioni e il processo di globalizzazione delle imprese nazionali.
Non molti sanno che il mercato italiano è, dopo quello nazionale, il mercato europeo più importante per le altre linee aeree europee, da Air France a British Airways, dalla spagnola Iberia fino alla piccola portoghese TAP, leader verso l’ ex colonia brasiliana, senza escludere le low cost Ryanair e easyJet. Tutti si arricchiscono con i nostri passeggeri, salvo noi e soprattutto la ridicola carenza di voli intercontinentali da e per l’ Italia fa sí che un uomo d’ affari e un’ azienda di un altro continente ci vedano sempre come l’ ultima scelta, perché per arrivare da noi bisogna troppo spesso fare uno scalo che aumenta i tempi e i costi.
È ovvio che nessuna azienda pensi di mettere il proprio quartier generale europeo a Milano, se contrariamente a Londra, Parigi, Francoforte o Amsterdam i voli quotidiani per il Nordamerica si limitano a New York e, per trovare la destinazione più vicina, bisogna scendere verso sud fino a San Paolo. La stessa Roma, sede del piccolo hub Alitalia, nella prossima stagione invernale vedrà gli aerei di Colaninno volare negli USA soltanto a New York e a Miami e soltanto perché quelle sono le mete degli Italiani in vacanza, la capacità di attrarre traffico d’ affari dagli USA verso e attraverso l’ Italia è quasi zero.
Si tratta di un fallimento epocale, che ci costa almeno centomila posti di lavoro solo nel settore aviazione e nell’ indotto, senza voler calcolare il danno multiplo inflitto agli altri settori della nostra economia.
Tornando ai nostri tre aeroporti, Venezia si ritaglia il ruolo che, nell’ assenza di un qualsivoglia impegno di Alitalia, le consentono l’ unicità turistica della città, la forza dell’ economia veneta e l’ impressionante numero dei crocieristi che si imbarcano in laguna, dopo essere arrivati in aereo da ogni dove. Sbaglia Goldstein a deridere il fatto che non abbiamo un unico aeroporto intercontinentale, l’ Italia non è come Corea, Francia o Gran Bretagna un Paese dove la capitale è tutto, piuttosto somiglia alla Germania che come noi ha una molteplicità di poli d’ attrazione e dunque vede voli intercontinentali a Francoforte, Monaco, Dusseldorf e, se Dio vuole, anche dalla capitale Berlino quando finalmente aprirà il nuovo aeroporto.
Se a Venezia arrivano voli da New York, Philadelphia, Dubai o Doha è un vantaggio, perché altrimenti quei passeggeri arriverebbero quasi tutti facendo scalo negli hub di altri Paesi europei, arricchendoli oppure sceglierebbero mete più comode da raggiungere rispetto a Venezia.
Da molti mesi Enrico Marchi, che è a capo degli aeroporti di Venezia e Treviso, lamenta pubblicamente e pure con iniziative non ortodosse il ritardo assurdo dell’ approvazione del “contratto di programma” già concordato con ENAC. Passano i mesi, gli anni e non si possono far partire gli investimenti, i cantieri, perché non entrano in vigore gli aumenti tariffari indispensabili per finanziare i lavori, che sono totalmente a carico del privato.
A Roma Fiumicino è lo stesso, l’ aeroporto è nato con un progetto lungimirante per le Olimpiadi del lontano 1960, ma la privatizzazione fatta con una leva assurda, le tariffe dimezzate rispetto alla media europea e un vettore molto debole come Alitalia lo hanno condannato alle retrovie. Anche qui, nonostante padrona sia la potente famiglia Benetton e presidente sia quel Fabrizio Palenzona che pare al centro di ogni incrocio del potere finanziario italiano, niente contratto di programma, tariffe troppo basse per investire e dunque niente futuro, un futuro che tra l’ altro richiederà 5 miliardi di euro per i collegamenti stradali e ferroviari, che proprio non si sa come il pubblico potrà finanziare, con l’ attuale spread. Nel frattempo il gestore è stato costretto a impegnarsi per costruire un aeroporto a Viterbo che richiederà miliardi solo di autostrade e ferrovie e che non serve assolutamente a nulla.
Malpensa mostra più degli altri casi la differenza fra noi e la Corea. Tanto per cominciare il Governo italiano non può lasciare a piacere che Linate serva il traffico nazionale, come quello coreano ha fatto con Gimpo, perché la UE non lo consente. Con mille acrobazie chi aveva interesse è riuscito ad ottenere lo stesso qualcosa di simile, ma a prezzo di concederne l’ uso anche ai vettori europei, con il bel risultato che la sola British Airways, con i suoi voli per Londra Heathrow, riesce a trasportare da Linate agli USA più passeggeri di tutti i vettori che vi volano direttamente da Malpensa, aeroporto che viene di conseguenza svuotato e reso non competitivo.
Se, come è poi successo, la Corea decide di fare una singola eccezione e riautorizzare voli dal più centrale aeroporto di Seoul Gimpo a quello di Tokyo Haneda, un po’ come da noi si ritiene indispensabile mantenere voli da Milano Linate a Roma, lo può fare liberamente, senza che da Gimpo si debba poter volare anche a Taipei, Beijing o Hong Kong. È nel pieno potere di autorizzare qualsiasi rotta da Gimpo, vietando quelle che darebbero fastidio a Incheon. Noi siamo nella UE, che non ci concede questi lussi e Linate non si chiude e non si limita anche perché fa comodo ai vettori europei, alla miope Alitalia che vi sfrutta un quasi monopolio, forse indispensabile alla sua incerta sopravvivenza, aggirando furbescamente le regole mentre ENAC finge di non vedere, ma contemporaneamente, in ossequio ai dettami di Air France, getta l’ occasione di crescere sfruttando adeguatamente il mercato milanese che è pari per dimensione e superiore per redditività a quello di Roma, dove si è rintanata senza riuscire a smettere di perdere soldi. Linate resta perché dopo 14 anni non ci sono ancora quei collegamenti autostradali e ferroviari che sarebbero indispensabili per essere a pari di Seoul e soprattutto non si vogliono trovare i soldi per costruirli e gestirli. I milanesi giustamente si rifiutano di pagare 90 euro all’ intoccabile casta dei taxisti o aspettare 30 minuti il treno per Malpensa, i politici si preoccupano solo delle conseguenze sindacali della privatizzazione e non osano mai scelte impopolari ancorché foriere di crescita.
Per questi motivi, il provincialismo, la miopia e l’ ignavia di eletti ed elettori, che certo non si limita al settore aeronautico, non avremo aeroporti come quello di Seoul finché non ribalteremo il nostro flaccido modo di pensare e decidere, casta o non casta.
Ceterum censeo Linate esse delendam

Da LINKIESTA

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